Morgane de toi ("innamorato di te"1983) non
fatica a conquistare le TOP TEN e a rimanerci saldamente. Si tratta del disco
che marca un passaggio nello stile dell'autore; innanzi tutto sin dall'immagine
di copertina egli si assume il ruolo di padre felicissimo di esserlo,
innaugurando un nuovo filone nelle sue canzoni: uno degli interlocutori
privilegiati diventa appunto, d'ora in poi, la figlia Lolita (l'ha chiamata
proprio così!), e questo, per lo stile di Renaud, che conserva sempre al suo
interno un ché d'adolescenziale, è un vero colpo di genio: per chi ha sempre
affermato"nella mia testa continuo ad avere quattordici anni", e, aggiungiamo,
pur essendo un artista che sente forte il bisogno del rapporto con i temi
sociali, è di natura timido, introverso e poco incline ai mischiamenti, l'alter ego ideale per sviluppare un dialogo che negli anni
affronterà parecchie questioni da un angolo visuale insolito, è
proprio un bambino; questo rapporto (ovviamente stiamo parlando di ciò che
emerge dalle canzoni, nulla sapendo della vita privata dell'artista) è
improntato a una serie di dolci contraddizioni: la necessità di proteggere e
quella di non soffocare, il voler
trasmettere
una morale, ma una morale intrisa di passione libertaria, di rispetto per il
diverso, di comprensione, l'additare la bruttura del mondo, e l'irrinunciabilità
di sporcarcisi le mani; tutto questo darà lo spunto a una serie di canzoni che,
da questo momento in poi, rappresenteranno alcuni dei momenti migliori di
Renaud: Morgane de toi, Il pleut, Le marchand des cailloux, C'est
pas du pipeau, Lolito Lolita, Mon amoureux, fino all'ancora inedita Marilou à vu le Loup.
Per tornare all'album di cui abbiamo
cominciato a parlare, va innanzitutto rimarcato che ci troviamo ad avere a che
fare con un'opera estremamente più levigata ed equilibrata - nei suoni come nei
contenuti - dei precedenti; e infatti è registrato in America, in uno dei più
famosi studi del mondo. Si apre con una canzone in perfetto stile Chansons des marines (i tradizionali canti dei marinai di
Bretagna), canzone "in stile" ma non certo con intenti parodistici; al di là di
qualche puntatina ironica, infatti, vi si respira una bella aria eroica
("...finchè il vento soffierà/io ripartirò...").
Il secondo brano Deuxieme generation mette a segno con perfezione la descrizione
della squallida vita di un immigrato di seconda generazione, la storia di
qualcuno che (come dice Renaud presentando la canzone in concerto) "a furia di fare una vita da cani è costretto a diventare lupo".
Slimane è, ancora una volta, un adolescente a cui viene negata dai fatti e
dall'ambiente ogni possibilità di realizzazione, e che vive allo sbando in una
cupa, ripetitiva rovina ("...non ho niente da vincere, niente da
perdere/nemmeno la vita/non amo che la morte in questa vita di merda/amo ciò che
è marcio, ciò che è rotto/amo ciò che vi fa paura/il dolore e la notte...");
ancora una composizione asciutta con una bella dose d'ironia nera e di rispetto
per la vita, che, anche in mezzo al fango, trova i suoi codici di poesia.
Inoltre una grandiosa riflessione sullo straniero, figlio di
stranieri, nato in terra straniera -appunto la seconda generazione del titolo-
che non può nemmeno conservare un rapporto con una radice a cui non è mai stato
congiunto, e per questo sente la struggente nostalgia del non provato come
l'uccellino nato in gabbia che sogna il cielo
"...pare che a
tremila miglia
da questa città c'è un paese
in cui non andrò senz'altro mai
...
dove
sarei comunque straniero.
Allora per sentirmi
appartenere
a un popolo, a una patria
porto attorno al collo sul giubotto
la kefia
nera, bianca e grigia
mi sono inventato dei fratelli
dei compagni che crepano come me..."
Ancora una
menzione per Deserteur, mezzo omaggio, mezza parodia della
famosissima canzone-capolavoro di Boris Vian; strutturata,
come quella, in forma di risposta epistolare alla fatidica cartolina di
chiamata, il testo è a più livelli demistificante: per
il protagonista
che, decisamente meno eroico del suo nobile predecessore, si è ritirato, per
evitare il servizio militare, in una fattoria in Ardeche, e vive fabbricando
collanine e coltivando erba con un gruppo di "alternativi", e quando "...i russi o gli americani/faranno saltare il pianeta/io avrò la mia
aria furba /sulla bicicletta...", ma non per questo vien meno l'avversione,
diremmo quasi fisica, ai militari ("...sono stupidi/sono brutti/e sopratutto
sono cattivi/perciò non vorrò mai/ essere uno come loro..."), demistificante,
poi, anche la conclusione: un invito a cena al presidente per fumarsi una canna
e parlare con tranquillità della questione; quest'offerta distensiva non è solo
una trovata comica. Il presidente della repubblica francese è, in quel momento,
Francois Mitterand, uomo nel quale, come vedremo, Renaud, pur restando su
posizione ben più radicali, ripone una grande stima. Il resto dell'album ripiega
sull'intimista trattando con grandissima sensibilità il tema della compagna
incinta (En cloque), o con un'irresistibile mix di tenerezza e
buffoneria il rapporto con la figlia (Morgane de toi); il tono
generale è comunque meno aggressivo, e lo sfondo non è più ristretto alla sola
periferia popolata di delinquenti "fino alla nascita Lolita il mio interesse era
puntato esclusivamente su chi viveva male, dopo si è allargato a chiunque viva"
Mistral gagnant del 1985 è un grandissimo
successo commerciale. Essendo peraltro una chiara sintesi delle varie anime di
Renaud e presentando una veste sonora veramente curata e nell'aria del tempo, è
anche considerato dall'autore -me lo ha confidato lui stesso-
il proprio capolavoro. Effettivamente il mélange violento,
tenero, politico, personale, ridanciano ed emotivo giunge a uno dei suoi
migliori momenti di equilibrio (ma, se mi posso permettere, ancora di meglio
verrà). Intanto già l'apertura è travolgente: Miss Maggie è
una poetica dichiarazione d'infinito amore per l'altro sesso "Donne di mondo/o puttane -che spesso siete le stesse-/donne normali
stars o qualunque/.../anche all'ultima fica/dedico questi versi/usciti dal mio
disgusto degli uomini/e della loro morale guerriera/perchè nessuna donna sulla
terra/sarà mai peggiore del fratello/nè più tronfia nè più disonesta/a
parte..." e qui si giunge al dunque: a parte ovviamente "Madame Tatcher"; e così continua la canzone: cento sono le
ragioni per preferire le donne agli uomini, tutte le donne, tranne l'ignominiosa
primo ministro inglese; la donna la si ama
"...per la sua
debolezza/e i suoi occhi/mentre la forza dell'uomo non stà/che nella pistola e
nel cazzo/.../perchè non morirai sul fronte/perchè la vista di un'arma da
fuoco/non ti fa fremere le ovaie/.../perche con un motore sotto il culo/non
diventi stronza/come il povero tarato che va a schiantarsi/per un faro un po'
ammaccato/o per un dito teso/e c'è chi arriva a sparare/per difendere
l'autoradio/.../perchè palestinesi e armene/testimoniano dal fondo delle fosse
comuni/che il genoicidio è di genere maschile/come un SS o come un torero/.../E
quando arriverà l'ultima ora/l'inferno sarà popolato di cretini/che giocano a
pallone o alla guerra/.../Io vorrò diventare cane/se posso restare sulla terra/e
come lampione quotidiano/mi offrirò Madame Tatcher."
La musica, ha uno
squisito sapore pop e vagamente danzante, e, a un primo disattento ascolto, fa
passare questo testo di canagliesca rivolta per una ballata
allegra e gradevole. Molti altri -quasi tutti per la verità- gli episodi degni
di nota, da Trois matelot ("tre marinai") a P'tite conne, altra significativa riflessione sulla
tossicodipendenza, questa volta, al contrario de La blanche,
in un ambiente "alto" (...frequentavi un mondo/d'imbecilli
mondani/in cui questa polvere immonda/si consuma al mattino/in cui i soldi
autorizzano/a credersi al riparo/del tribunale/e del nostro disprezzo...)
ma, pure stavolta, la tenerezza prenderà il sopravvento sul disprezzo (...piccola cogliona/su' vai a riposare/vicino a Jim Morrison/e non
lontano da me...); il disco si conclude sulla potente Fatigué, testimonianza dei momenti di stanchezza di chi cerca
qualche traccia d'amore in quest'oceano di fango, in cui tutto, dall'ambiente,
al lavoro, alla cultura, sembra scivolare irresistibilmente verso il peggio. Il
pezzo che dà, forse, più brividi all'ascoltatore è Morts les
enfants dove a uno straziante catalogo di bambini assassinati occultamente o
all'aperto (dai bambini che succhiano lo straccio intriso di benzina per farsi
passare la fame a Bogotà, alle vittime dell'industria di Bopale o di Seveso,
ecc..., ecc...) dal nostro sistema sociale, fa contrappunto un ballo in un
qualche ministero del mondo in cui "imbecilli e militari/si
spartiscono la terra", e nel momento in cui il cantante, della cui
sensibilità nei confronti dell'infanzia abbiamo già parlato, arriverà a
riconoscere
assassinato anche il bambino che
portava dentro il cuore, la canzone esplode in una minacciosa e liberatoria
scena di un ballo sul ministero distrutto da un'attentato giustiziere; il ritmo
di valzer campestre, in leggero crescendo, crea, man mano che la dolorosa
evocazione del massacro planetario dei bambini si accumula, un effetto di
straniamento che moltiplica il potenziale commovente ed eversivo del pezzo.
L'album successivo Putain de camion (1988), non approfondisce discorsi sociali, anzi le canzoni su questi temi tendono ad essere ripetitive e poco centrate (Triviale poursuite, l'omaggio all'amico e collega sudafricano Clegg Jonathan...). Appena più interessante Socialiste, divertita parodia di una fervente riformista incontrata a una manifestazione che "...discuteva seria, seria con la polizia..." mentre lui si era fatto male scagliando una pietra.... Il confronto non è facile, e si concluderà con la consapevolezza di non avere nessun punto in comune; ma qui Renaud si professa per la prima volta "...nientista/anarco-mitterandista/non so se esista/ma mi eccita...". La stima a Mitterand è però, ripetiamo, strettamente personale; il resto della classe dirigente è trattata da approfittatrice, ladra ed ambigua ("...come vuoi cambiar la vita/se ti affanni per il tuo profitto/.../non si può stare al contempo/e al forno, e al mulino..."). Gli episodi più interessanti del disco, sono comunque quelli intimisti (Il pleut, me jette pas) e una bella rievocazione e difesa della vecchia Parigi popolare, Rouge gorge, sempre più minacciata dalla speculazione edilizia, che fa del centro il luogo del commercio e del turismo, per confinare i lavoratori in Banlieu.
L'enorme successo delle vendite (circa 5 milioni di dischi) porta Renaud a riempire per alcune sere di seguito l'immenso spazio dello Zenith, totalizzando 180.000 spettatori. Anche di questo concerto vi è testimonianza registrata (e anche filmata), che però risulta molto meno interessante delle precedenti: gli arrangiamenti, meno grezzi del passato, si avvicinano a quelli dell'ultimo disco, ma il suono cristallino non riesce ad essere perfettamente riprodotto in quello spazio, si perde così un po' di mordente musicale. Inoltre le esigenze spettacolari di un luogo con tanti spettatori tolgono centralità alle canzoni in sé (a favore di noiosissimi dialoghi con un gruppetto di spalle comiche che puzza talmente di "provato e riprovato" da risultare perfettamente stantio anche al primo ascolto); si salvano ovviamente i pezzi più ritmati, ma anche -miracolosamente- un'ispirata versione di Mistral gagnant, pianoforte e voce, breve dialogo col se stesso bambino, rievocazione del piccolo universo di consuetudini e affetti che forse è inevitabile perdere, ma che è importante non tradire.