Un
primo periodo nella produzione artistica di Renaud si può individuare
nell'album dell'esordio e nei due seguenti, con i quali in un certo senso si
definisce e si presenta al pubblico.
Renaud
debutta nel mondo discografico nel 1975, ma la sua carriera di cantante era già
cominciata da anni. Almeno dal '68, quando pur ragazzino frequentava gli
ambienti universitari, nei quali una canzone scritta a quei tempi, Crève
salope, divenne quasi un inno della rivolta, cantato in tutte le università.
Negli anni successivi Renaud si avvicina al mondo dello spettacolo e, benché
non pensi di diventare cantautore, si guadagna i soldi per la birra suonando
sulle strade o in qualche locale.
Amoureux de Paname (1975).[1] E'
una raccolta di canzoni che egli già cantava nei teatri e nelle strade e che
risentono di questa origine. Si potrebbero definire, con un'espressione che usa
egli stesso, delle "chanson(s) en béton.[2]
In questo primo disco Renaud cerca subito di crearsi l'immagine di personaggio
rivoluzionario e anarchico, scagliando le sue invettive contro la società
benestante e perbenista, ipocrita e cinica. Accanto a questa immagine ne offre
un'altra di partecipazione morale alla vita della banlieue, che fin da piccolo aveva frequentato ai margini del 14°
arrondissement dove abitava.
Laisse
béton
(1977). E' il disco che porta alla fama Renaud. La quale viene raggiunta
principalmente grazie alla canzone che dà il titolo all'album e che fa presa
nei giovani perché si rivolge ad essi col loro linguaggio. "Béton"
è infatti l'inverso di "tomber" e fa parte di quel verlan che è alla base
del linguaggio dei ragazzi. Il disco in un certo senso completa il precedente.
Benché manchi il mostrarsi in prima persona, i temi della periferia e della
contestazione hanno la maggior parte dello spazio. Prevale un tono ironico, a
volte sarcastico, ma comunque divertito; anche se non mancano le canzoni
malinconiche.
Ma
gonzesse (1979). Completa la presentazione di Renaud al suo pubblico. Vengono
alla luce nuovi aspetti della sua personalità, che egli sente il bisogno di far
conoscere. Più di tutti è forse interessante vedere che già da questo periodo
ha un'attenzione particolare verso il mondo dell'infanzia e s'immagina padre,
dedicando una canzone ad un ipotetico figlio: Chanson pour Pierrot ('79).
Ma in tutto il disco si sente la ricerca del mondo sentimentale ed affettivo. Il
rivoluzionario non è persona senza cuore, egli crede nell'amore, nell'amicizia
e nei sentimenti.
Come già
accennato, i primi dischi offrono l'immagine del rivoluzionario e risentono
della militanza di Renaud nel movimento sessantottino e della sua vita passata
nelle strade. Principalmente nel primo, Renaud raccoglie le canzoni più
violente contro lo Stato e la società, quasi a volersi costruire una barricata
dietro la quale sentirsi al riparo dai loro attacchi. Si hanno così canzoni
come Société tu m'auras pas ('75) o Exagone ('75), con le quali
prende le distanze da una società violenta e cinica, che ha l'unica
preoccupazione di perpetuare se stessa. Ricorda la sua esperienza di
sessantottino e di come lo Stato ha messo in atto una feroce ritorsione contro
quel movimento.[3] Egli non può accettare
una società organizzata secondo la forza e la repressione[4]
e propone come soluzione il mito della rivoluzione e della Comune. Una
"société" che in italiano si potrebbe chiamare sistema, nel
tentativo di conservarne l'aspetto negativo che gli viene assegnato. Renaud
lotta contro il sistema accanto a coloro che ne sono esclusi.
Il
mezzo attraverso il quale il sistema difende la propria legittimità è la legge
e soprattutto sono i poliziotti o, più in generale, gli uomini in uniforme.
Questi sono rappresentati da Renaud come persone violente il cui unico compito
è quello di reprimere tutto ciò che disturba la quiete dell'ordine pubblico.
Sono numerosissimi gli aggettivi negativi e le azioni violente che già in
questi primi album utilizza per descrivere i servitori dello Stato. Essi
sono dei "cons en uniforme", dei "fuineurs" che "ont
ficelé sur du bois blanc" il povero delinquente "Et lui ont tranché
le cou"; essi "assassinent". Il
cantautore offende le persone dicendo che sono "aussi cons qu' des
militaires". I poliziotti sono visti come una macchina, privi di pensieri e
di morale, tanto che non vengono mai mostrati come singoli individui, ma
rappresentati nel loro ruolo di servitori (forse servi) dello Stato, dietro al
quale la personalità del singolo non può avere spazio per emergere. Renaud li
chiama "les flics", "les militaires", cioè utilizza sempre
un plurale che li trasforma in una forza dietro la quale non ci sono persone.
L'esempio
forse più chiaro della funzione dei poliziotti, quella di "faire regner
l'ordre publique", di difesa dell'ordine pubblico in maniera servile ed
acritica, lo si ha in Le blues del la porte d'Orléans ('77). In questa
canzone Renaud descrive il suo arrondissement e ne definisce i caratteri
particolari che lo distinguono dagli altri, compresa una lingua ed una cultura
propri. Subito dopo commenta: "Tout ça pour dire que l'
quatorzième\ C'est un quartier qui est pas banale\ À part les flics qui sont
les mêmes\ Que dans le reste de la capitale". Per
quanto un luogo possa essere particolare e singolare, anche là ci saranno i
poliziotti, essi sempre uguali a se stessi.
Vi è
un rancore nei confronti delle forze dell'ordine che deriva dal suo
atteggiamento anarchico, che non gli permette di accettare nessuna disciplina,
tanto più quando è finalizzata all'uso della violenza; ma si spiega ancora
meglio col fatto che Renaud guarda la società, il sistema, dal punto di vista
di coloro che ne sono stati espulsi e che hanno con essa solo dei contatti
occasionali, ad esempio proprio attraverso i poliziotti. I quali, in nome della
legalità, vanno a intromettersi nelle regole che governano la vita dei
quartieri poveri, pretendendo di imporne altre.
Se da
una parte c'è lo scontro con lo Stato, derivante dalla sua preferenza per la
gente delle periferie, Renaud attacca anche un altro aspetto della società
benestante: la demagogia. E' un atteggiamento che stigmatizza spesso e che ha
un'importanza elevata, visto che è il tema della prima canzone del primo album,
Amoureux de Paname ('75). In questo caso il discorso è duro e fortemente
accusatorio, afferma "Faudrait remettre vos montres à l'heure\ ...\ Vos
beaux discours y'en a plein le dos" e smaschera il falso interesse dei
potenti verso un tema, quello dell'ecologia, che si affronta solo perché ormai
è di moda e permette perciò di entrare in contatto con un numero elevato di
persone.[5]
Ma i suoi destinatari sono accusati di ipocrisia nel momento stesso in cui si
rivolge a loro dicendo "Vous qui voulez du beau gazon\ Des belles pelouses,
des p'tits moutons,\ Des feuilles de vigne et des p'tites fleures", facendo
apparire il loro concetto di natura molto più vicino all'ideale bucolico che
alla preoccupazione di limitare i danni dell'inquinamento. Il solo interesse per
questi personaggi è ancora una volta il potere, un mostro che affascina tutte
le persone. E' questo il commento finale di Exagone ('75),[6]
in cui l'ipocrisia e la stupidità del popolo francese viene descritta mese per
mese.[7]
Renaud denuncia il fatto, ad esempio, che ci si indigna per la violenza dei
gruppi indipendentisti baschi, ma che in Francia è ancora in funzione la
"guillotine" (marzo); ricorda a chi denuncia Pinochet che "le
fascisme" c'è anche in Francia, esso è "la gangrène\ À Santiago
comme à Paris" (settembre). Ma la cosa più stupida di tutte è il fascino
che nelle persone esercita l'odiato potere, a cui tutti, però, segretamente
ambiscono. Il riconoscimento supremo per chi accetta le regole del sistema è
quello di venire eletto Presidente della Repubblica. Un riconoscimento a cui
aspira anche "Jojo le démago".
Nella
canzone che prende il titolo da questo personaggio, Jojo le démago
('77), Renaud rappresenta la scalata politica di un "fils de prolo",
che riuscirà un giorno a farsi eleggere presidente, dopo essere stato
rappresentante del suo quartiere. Forse questo è l'atto di accusa più forte
nei confronti della demagogia politica. Jojo deve il successo alla stupidità
della gente, egli è "L' président des gogos"; come ogni buon
politico è pronto a dimenticarsi del suo elettorato appena è salito al potere,
"C'est Jojo l' démago\ Qu'a trahi les prolos", ed a sfruttare la sua
posizione per il proprio interesse personale: "vous paye l'apéro\ Sur
l'argent des impôts". Non basta certo il tono scherzoso con cui vengono
lanciate queste accuse e la musica danzerina, lontana dal rock delle canzoni di
protesta, per addolcire il messaggio. Dietro l'ironia si sente forte il
desiderio di accusare e lo scherzo ha il sapore amaro del sarcasmo. Renaud
mostra una insofferenza profonda nei confronti di tali personaggi, che si legano
in un modo o in un altro alla stupidità.
La
congrega dei politici e degli ipocriti demagoghi si preoccupa, come si è detto,
di mantenere il poter e di perpetuare il sistema attraverso le leggi e l'uso
improprio della forza. Renaud si oppone a questa organizzazione della società e
vede come suo nemico non solo chi è possessore del potere, ma anche chi trae
beneficio da essa e desidera quindi la difesa dell' "ordre publique":
il ceto borghese.
Renaud
si scontra con il potere, che lo vorrebbe inglobare nel sistema, e con la
"bourgeoisie", la gente che vive nel benessere e di perbenismo. Anche
in questo caso il tono cambia fra gli album e nuovamente troviamo l'attacco più
violento, sia dal punto di vista musicale che da quello dei testi, in quello del
debutto, Amoureux de Paname. Si trova una canzone come Camarade
bourgeois ('75) che, rivolgendosi al figlio di papà compagno di scuola, con
atteggiamento di rimprovero, fa apparire negativi gli oggetti ed i modi di fare
di cui si serve il ricco per distinguersi dalla massa.[8]
Anche nei confronti della borghesia, così come nei confronti della società
intera, c'è la convinzione che tutto possa cambiare e che il più debole possa
vincere contro il più forte. Di nuovo compare l'idea della rivoluzione, rivolta
contro i borghesi.
Se in Société
tu m'auras pas ('75) la rivoluzione viene collegata ai fatti storici del
1871, "la Commune refleurira", contro il borghese di Camarade
bourgeois ('75) questa assume i caratteri giacobini della lotta contro il
feudalesimo e la fine che gli spetta è quella degli aristocratici di fine '700:
"le jour de la révolution\ On lui coupera qu' la tête". La
rivoluzione, legata all'ideale della libertà, è vista come qualcosa che ancora
deve concludersi in maniera definitiva. La Comune e la Rivoluzione del 1789 non
hanno completato l'opera di sovvertimento sociale, ma hanno in qualche modo
segnato una via da percorrere. Della Comune il cantautore dice appunto che
"refleurira", tornerà per portare a termine il compito iniziato;
della Rivoluzione dice che essa "n'a jamais éliminé\ La misère et
l'exploitation", mostrando così come una nuova rivoluzione è più che mai
necessaria nella sua società. Ma egli non si sente capo carismatico di un
gruppo rivoluzionario. Aspetta quasi che la rivolta arrivi da sola e l'unico
impegno che si sente in grado di prendere è quello di denunciare i mali della
società attraverso le canzoni. Rivolto al sistema afferma: "Mais en attendant
(la Comune), je chante,\ Et je te crache à la gueule\ Cette petite chanson méchante\
Que t'écoutes dans ton fauteuil". La
rivolta è vista da Renaud come un ideale verso cui tendere, mentre l'azione, lo
scontro sociale, riguardano la sfera musicale ed il suo ruolo di cantautore
impegnato. E' interessante sottolineare, soprattutto in rapporto con ciò che
dirà in futuro, che la libertà e il riscatto dei deboli sono legati alla verità.[9]
Il sistema è mostrato ancora come una forza che utilizza l'ignoranza e la
demagogia per controllare il popolo.
La
distanza che sente tra sé ed il mondo borghese è un abisso incolmabile, che
soffoca persino i sentimenti più nobili e l'amore. In Adieu Minette
('77) un giovane, partito militare, si rivolge alla sua fidanzata di una volta e
le spiega quanto sono diversi. I due personaggi vengono contrapposti e il
giovane sembra riflettere come uno specchio deformante la bella immagine di lei.
La ragazza aveva "cheveux trop blonds\ Décolorés", "grands
yeux si bleus\ Trop maquillés", mentre il giovane "la tignasse en
battaille\ Et les yeux délavés". Il confronto tra il mondo benestante e quello
del giovane, che è lo stesso Renaud, continua nel campo delle amicizie, [10]
dove ancora una volta la distanza risulta incolmabile.
Il
giovane soldato conclude il suo discorso dicendo che non ci può essere sintonia
tra due persone che vivono in ceti sociali così diversi, sia nelle cose
materiali, che nel modo di affrontare la vita. "Tu d'vrais déjà avoir
compris\ Qu'on n'est pas né du même côté\ d' la bourgeoisie", il
ragazzo dice che la fanciulla dovrebbe aver capito che non sono nati dallo
stesso lato della borghesia. Da queste parole si capisce come secondo il
personaggio, dietro il quale si nasconde apertamente Renaud, il mondo della
borghesia sia separato in maniera definitiva, come tramite un muro invalicabile,
da quello dei ceti sociali meno fortunati. La maggior parte delle persone si
ritrova, senza poterlo decidere, a vivere nell'uno o nell'altro. Alcuni invece
possono scegliere e Renaud, come il suo personaggio, si schiera dalla parte dei
più sfortunati. E' utile ricordare, infatti, che Renaud era figlio di un
professore di liceo e di una operaia e che aveva vissuto con la famiglia nei
quartieri più esterni di Parigi.
Si può
riconoscere nella scelta di prendere la parte delle persone più deboli un altro
tema fondamentale della sua prima fase artistica di Renaud. Si fa paladino non
tanto del ceto meno forte della società, come potrebbe essere il proletariato,
ma di quel mondo, di quelle persone, di quella vita che la società stessa, il
sistema, rifiuta, violenta e nasconde dentro le periferie, ai margini della città.
Accanto
al rifiuto della società, Renaud afferma in prima persona, mostrandosi come
cantautore, che l'oggetto preferito della sua musica non è lo scontro politico,
di cui però non può fare a meno, ma è proprio il mondo della periferia. Gli
piace cantare la gentaglia, la gente disastrata dei quartieri poveri.[11]
Ancora una volta è col primo album che chiarisce la sua posizione.
Se da
una parte sente il bisogno intimo e personale di affermare inequivocabilmente la
sua indipendenza intellettuale, dall'altra partecipa alla vita della gente che
non ha il diritto di entrare a far parte della società. Si fa loro portavoce,
in modo da far crollare il muro di indifferenza dietro il quale le persone
perbene nascondono una realtà fastidiosa.
I suoi
personaggi sono degli sfortunati, dei derelitti, ai quali il destino ha negato
qualsiasi cosa fin dalla nascita, anche il balsamico amore dei genitori.[12]
Ma questi personaggi, all'interno delle canzoni, diventano degli eroi. Tutta l'attenzione
è puntata su di loro, tanto che quella vita misera e triste suscita nel
pubblico un certo rispetto e una certa ammirazione; come rispetto e ammirazione
fanno nascere i grandi eroi della letteratura. Le storie di Renaud, però, non
sono letteratura, sono la vita, per cui si preoccupa di non fare astrarre il suo
eroe in un assoluto, caratterizzando le vicende con elementi di vita quotidiana,
come ad esempio l'uso dei nomi delle fermate della metropolitana.
Si fa
portavoce della gente che non può parlare, che non riesce a farsi ascoltare.
Nel primo disco si limita a raccontarne le storie, a farsi testimone della banlieue;
dal secondo dà la parola direttamente ai suoi eroi, i quali parlano attraverso
le canzoni che mette loro a disposizione. Si passa dal cantautore che racconta
la storia di qualcun altro, al qualcun altro che canta direttamente la propria
storia. Il ruolo dell'autore non è cambiato, è sempre il testimone di un mondo
che si cerca di dimenticare e di tenere rinchiuso nelle periferie, attraverso la
forza dei poliziotti; ma il discorso si fa più reale, il messaggio più diretto.
Come
detto, però, gli eroi della periferia sono degli sventurati, dei derelitti, il
cui destino è per forza quello di morire giovani, poveri e soli. In La java
sans joie ('75) il personaggio è figlio di una prostituta, non ha mai
conosciuto suo padre, ha abbandonato presto la scuola per darsi alla malavita ed
è morto decapitato dai poliziotti. Il suo è un destino già scritto prima di
nascere, perché agli "zonards", agli abitanti delle periferie, la
società non offre nessuna possibilità di integrazione, relegandoli in
quartieri fuori dalle città, dove mancano i servizi essenziali che dovrebbe
offrire una metropoli, come è ad esempio Parigi. Questo succede a Créteil, nei
cui cinema si proiettano solo i film pornografici, che quelli perbenisti del
centro rifiutano; o a La Courneuve, dove ci sono soltanto abitazioni e il
carcere, "À La Courneuve y'a pas d'école\ Y'a qu' des prisons et du béton"
ricorda Renaud; che non riesce a condividere, nei confronti dei delinquenti, l'odio
ed il disprezzo provato dalla gente che vive all'interno delle città.
Renaud
ha conosciuto e frequentato persone che vivevano nella periferia, condividendone
in parte il modo di pensare e la vita, ma è anche cosciente del fatto di aver
subito l'influsso positivo della sua famiglia.[13]
Una famiglia benestante che gli ha permesso di frequentare la scuola. Per quale
motivo prendersela allora con quelle persone, sembra chiedersi, che sono
diventate dei fuorilegge soltanto perché nessuno si è preoccupato di farne
delle persone oneste? "Y z'ont pas eu d'éducation", non hanno
ricevuto una educazione e sono cresciuti selvatici, secondo le regole della
periferia.
Il
mondo dei derelitti è soprattutto il mondo degli esclusi, di coloro che non
hanno il diritto di partecipare alla vita della città, ma spesso non ne sono
neanche capaci.[14]
Infatti quando i due mondi entrano in contatto si ha quasi sempre uno scontro e
a farne le spese sono naturalmente i più deboli. Anche perché la città
benestante si protegge con la polizia e i delinquenti finiscono uccisi. Così
muore l'eroe in La java sans joie ('75), in Les charognards ('77)
e in C'est mon dernier bal ('79). Nelle ultime due è il personaggio stesso che
racconta la sua storia, ma è soprattutto Les charognards ('77) che
mostra tutto il disprezzo dei perbenisti nei confronti dei malviventi e anche,
però, quello di Renaud nei confronti di quelli.
Intorno
al corpo di un poveraccio che ha tentato una rapina e che naturalmente è stato
colpito a morte dai poliziotti, fanno capannello un po' tutti i rappresentanti
dei ceti sociali, dal panettiere, al vecchio militare, al "père beret
basque" immagine tradizionale del francese medio, tutti pronti a condannare
e a stigmatizzare il comportamento del morto e della gentaglia, la
"racaille", a cui appartiene.
Persino
di fronte alla delinquenza Renaud conserva il suo sentimento di affatto nei
confronti degli "zonards" e con la voce degli amici del morto ricorda
agli accusatori, agli "charognards", che l'uomo ha una sua dignità al
di là di quello che è il suo comportamento.[15]
Anzi ancora una volta cerca di giustificare il suo eroe e si sente in qualche
modo responsabile del suo destino. Al "père beret basque" che, forse
vedendo in lui una persona che vuole sconvolgere le sue certezze, attacca un
giovane col giubbotto di pelle, dicendogli che quella gentaglia avrebbe potuto
prendere in ostaggio uno dei suoi genitori, quest'ultimo risponde con rabbia:
"Et si c'était ton fis qu'était couché par terre\ Le nez dans la misère?".
In questa risposta c'è tutto il disprezzo di Renaud verso la società
benestante, benpensante e perbenista, i cui membri si affannano solamente a
preservare il proprio bene senza occuparsi degli altri, anzi arrivando fino ad
ammazzare se questi diventano una minaccia. Sente su di sé la responsabilità
del fatto che i malviventi non hanno avuto le occasioni che erano loro dovute e
la replica del giovane, pronunciata come ipotetica, suona come una accusa
lanciata al "père beret basque" e quindi alla Francia intera. Quelli
sono i tuoi figli e tu li lasci morire in questo modo. Un attacco nei confronti
della feroce ipocrisia di chi pensa di avere il diritto di difendersi da coloro
che ha, invece, il dovere di aiutare.
Renaud
descrive la "zone" perché l'ha vissuta e il suo modo di raccontarla
è in un certo senso affettuoso, legato soprattutto ai ricordi dell'infanzia.
Che siano poi storie realmente accadute non ha evidentemente alcuna importanza,
visto che non toglie nulla all'avventura. Ci sono così canzoni come Laisse béton
('77), Je suis une bande de jeunes ('77), La boum ('77), La
tire à Dédé ('79), C'est mon dernier bal ('79), nelle quali il
mondo della periferia sembra addirittura accettato in tutti i suoi aspetti. In
esse il personaggio prende la parola in prima persona, ma senza poter fare un
riferimento certo alla sua biografia, nessuno di essi
si può identificare senza dubbi col suo autore.
Renaud
descrive una società che è molto differente da quella della città vera e
propria e in cui regna la legge del più forte. Manca però qualsiasi tipo di
giudizio e di condanna morale nei confronti di quello che accade nella
periferia; come, ad esempio, in Laisse béton ('77), dove un ragazzo che
se ne sta tranquillamente poggiato al bancone di un bar, viene derubato del suo
giubbotto di pelle e di tutti gli altri vestiti che ha indosso, dal bullo del
quartiere. La canzone si conclude con un doppio commento finale, ironico e
divertito. Il primo Renaud lo presenta come una vera e propria morale che si può
estrapolare dalla storia: "La morale de cette pauvre histoire,\ C'est qu'
quand t'es tranquille et peinard\ Faut pas trop traîner dans les bars,\ À
moins d'être fringué en costard"; cioè il modo per non farsi derubare
dal bullo del quartiere è quello di indossare abiti che non lo interessano o
quello di evitare i bar. Il secondo finale è legato più direttamente a ciò
che è successo e funge da finale stesso della storia: "Quand à la fin
d'une chanson,\ Tu t' retrouves à poil et sans tes bottes,\ Faut avoir de
l'imagination\ Pour trouver une chute rigolote", il cantautore finge di
cercare un finale comico di una avventura già comica senza finale. E'
importante, però, il fatto che il comportamento dello spaccone non viene messo
in nessun modo in discussione e il protagonista lo accetta senza polemiche, anzi
vedendo quasi in se stesso la colpa di quello che gli è successo.
Si
scopre la vicinanza morale di Renaud a questo tipo di rapporti sociali, alla
vita dura della periferia. In Adieu Minette ('77) vengono giustificati i
"mariolles" che hanno "seulement" rubato l'argenteria della
ragazza borghese. Anche la vita delle bande, che viene spesso rappresentata con
lo stereotipo della violenza e della crudeltà, è proposta da Renaud in maniera
comica e simpatica, nella canzone Je suis une bande de jeunes ('77).
Tutte le azioni tradizionalmente deprecabili perdono di forza e di significato
perché priva la banda stessa di quell'elemento che ne fa un soggetto pericoloso
e temibile: il numero dei suoi componenti. "Je suis une bande de jeunes à
moi tout seul", dice il protagonista e chi sente il suo discorso non può
fare a meno di ascoltarlo divertito. Nella sua banda non ci sono problemi di
gerarchia perché egli è colui che comanda e colui che obbedisce; se qualcuno
assale un membro interviene a difendersi per solidarietà e, nel caso di uno
scontro con un altra banda, si batterà fino a restare solo. C'è l'ironia e la
satira nei confronti delle bande di teppisti, ma di nuovo manca la condanna
morale. La preoccupazione di Renaud non sembra quella di indurre il teppista ad
abbandonare il suo agire violento, sembra al contrario invitare la gente a
guardare con occhi indulgenti questi personaggi.
La
scelta di schierarsi con la periferia contro la città delle persone perbene, è
convinta e profonda. Già in Adieu Minette ('77) si è visto che il mondo
borghese e quello della "zone" sono contrapposti e non possono entrare
in sintonia, ma in Gueule d'aminche ('75) si ha proprio il rovesciamento
dei valori, per cui è il delinquente che sembra alla fine regredire moralmente
frequentando una donna altolocata. Renaud si rivolge ai suoi compagni, a
"les aminches\ Les escarpes et les marlous" e si prepara a raccontare
loro una storia di una tristezza infinita, [16]
che si scopre poi essere la storia d'amore di un delinquente per una donna
borghese, "Une bourgeoise des boul'vards". Per amore di lei il
malcapitato giunge anche alla decisione di cominciare a lavorare e di
abbandonare la vita della strada. C'è lo sforzo di comprendere e descrivere,
attraverso l'ironia, un mondo che comunque non è privo di regole e di valori.
Ad essi viene assegnata una valenza maggiore rispetto ai valori borghesi, tanto
che alla fine "Les escarpes et les marlous" vengono ammoniti:
"Faites-vous plutôt couper l' cou\ Qu' d'en pincer pour une grande
dame". E' meglio morire ucciso dai poliziotti come l'eroe di La java
sans joie ('75), che innamorarsi di una donna borghese. La morale non lascia
spazio a nessuna replica.
Si
delinea una visione della "zone" da parte di Renaud in cui essa si
presenta, da un lato come una piccola società con le sue leggi e le sue regole,
che non sono mai messe in discussione; dall'altro contrapposta alla città vera
e propria, con la quale si scontra violentemente. Paradossalmente la violenza e
la forza che regolano l'organizzazione interna delle periferie, diventano molto
meno pericolose della forza e della violenza dello Stato. Il quale s'intromette[17]
in un microcosmo che ha i suoi equilibri e le sue leggi e pretende di imporvi
saltuariamente un sistema di valori diverso ed estraneo; provocando la reazione
delle gente, che finisce poi per venire uccisa.
Naturalmente
se il "voyou" prova ad uscire dalla periferia, che lo rinchiude come
le prigioni che ospita, per cercare di fuggire la sua disperazione, il suo
destino è ancora una volta quello di andare incontro alla morte. Soltanto
dentro i quartieri di periferia e quando non ci sono i poliziotti, si può
vivere senza pericoli.
Come
nel caso delle forze dell'ordine, Renaud non si preoccupa di dare una
caratterizzazione ai singoli personaggi del mondo della città benestante. Tutto
il contrario succede con gli eroi della periferia, per i quali ad ognuno è
dedicata una storia. E' un altro elemento che fa comprendere la sua vicinanza al
mondo degli sventurati. Una vicinanza che è anche partecipazione sentimentale
alle loro disgrazie, tanto che nel momento stesso in cui afferma che l'oggetto
preferito delle sue canzoni sono i delinquenti e i derelitti, afferma anche che
raccontare le loro storie è un compito molto difficile: "J'ai bien du mal
à les chanter\ Tell'ment qu'elles sont tristes mes histoires".[18] E' comunque un compito di
cui si grava per rendere omaggio a persone che, nella loro misera vita, sono
state dimenticate da tutti, come il "gringalet", il quale "méritait
bien\ Cette chansonnette,\ Car il est mort de faim,\ Un beau matin,\ Rue d' la
Roquette".[19]
Proprio perché la società e la città benestante non si preoccupano dei
poveracci che conducono una vita di miseria e li lasciano morire
nell'indifferenza, Renaud non si dimentica mai di loro.
Nel
primo album, Amoureux de Paname del 1975, viene raccontata la banlieue
attraverso i suoi eroi sfortunati, mentre nel secondo, Laisse béton del
1977, prevale la complicità divertita nei confronti della vita delle periferie.
Nel terzo, Ma gonzesse del 1979, dove compaiono entrambi gli
atteggiamenti precedenti, Renaud sente il bisogno di rivolgere l'attenzione
verso se stesso, per comprendere i suoi sentimenti. Fare il rivoluzionario e
cantare la "zone" è una missione, ma non è sufficiente.
"Malgré
le blouson clouté,
Sur
mes épaules de v'lours.
J'aim'rais
bien parfois chanter,
Autre
chose que la zone.
Un
genre de chanson d'amour
Pour ma p'tite amazone".
Con
queste parole, che iniziano la terza raccolta, sembra quasi volersi scusare del
fatto di sentire l'esigenza di scrivere canzoni d'amore e col verbo al
condizionale ne chiede gentilmente il permesso al suo pubblico. Le canzoni che
completano l'immagine che egli vuole offrire di se stesso sono Ma gonzesse
('79), J'ai la vie qui m' pique les yeux ('79) e Chanson pour Pierrot
('79). A parte bisogna considerare Peau Aime ('79), perché non si tratta
di una canzone, ma di un monologo che teneva durante i concerti.
Le tre
canzoni sopracitate affrontano tre temi differenti, che fanno parte del suo
mondo interiore: l'amore, la difficoltà del vivere, l'amicizia. Come detto,
Renaud sembra scusarsi col suo pubblico e riprende la parola mettendosi di nuovo
in primo piano, come già aveva fatto nel disco del debutto. Si nota la
differenza tra l'io parlante dei suoi eroi e l'io parlante che è egli stesso
perché manca un avvenimento, la storia di cui ogni eroe deve essere
protagonista, e perché si presenta come cantautore. Vuole insomma integrare la
sua immagine con un aspetto interiore, che sente suo e di cui non ha ancora
fatto partecipe il pubblico. Egli non è soltanto il rivoluzionario, che
brandendo la chitarra lotta contro il sistema e difende i derelitti, è anche un
uomo, con i suoi sentimenti e le sue paure.
Quando
si tratta di sentimenti è quasi obbligatorio parlare d'amore e Renaud non fa
eccezione. Dedica una canzone all'amata, Ma Gonzesse ('79), ma
paradossalmente è in J'ai la vie qui m' pique les yeux ('79) che svela
il ruolo che ha l'amore nella sua vita. Quasi in ogni verso si trovano elementi
di malinconia e di tristezza, la sua vita è piena di angoscia e di dolore.[20]
Soltanto alla fine si apre un piccolissimo spiraglio di speranza:
"Heureusement j'suis amoureux,\ D'une p'tite fille qui m' rend heureux,\
Pas beaucoup mais un p'tit peu". L'amore appare come unico palliativo nei
confronti della vita, che viene vista in maniera negativa e pessimistica. Questa
canzone potrebbe apparire in contrasto con Petite fille des sombres rues
('75), in cui la compagnia di una fanciulla non porta felicità al narratore, ma
la contrario noia e tristezza. Si tratta però, del completamento della visione
dell'amore che ha Renaud. Infatti nel secondo caso la fidanzata viene
abbandonata dal narratore, il quale la lascia alle sue tristezze e va in cerca
della felicità. Si potrebbe dire, allora, che l'amore deve, per Renaud, portare
almeno un po' di felicità e quando questa non arriva è meglio rinunciare ad
esso.
Renaud
risente molto della perdita dei sogni della sua giovinezza, alla quale non
vorrebbe rinunciare mai. Dice apertamente che questo è il suo desiderio,[21]ma
la vita non glielo concede e deve suo malgrado crescere anche lui. Nel 1979 ha
ventisette anni e si accorge che l'adolescenza è finita. Sono passati i tempi
in cui ne aveva sedici ed era in corso la contestazione. Tutti i suoi compagni
di quel periodo sono spariti e con loro i bei tempi della fanciullezza. Con La
bande à Lucien ('77) aveva già capito come stavano evolvendo i fatti.
Rivolgendosi all'amico Lucien parla dei loro compagni del '68, i quali hanno
tutti dovuto fare i conti con la vita; ma anche lo stesso Lucien ha finito per
diventare una persona benpensante, rinunciando alla contestazione. Egli vive a
casa della suocera, con la moglie ed i figli, e lavora per dare loro da
mangiare. La rivoluzione sembra ormai fallita. In Exagone ('75) dice che
a maggio in Francia si ricorda "une révolution manquée\ Qui a failli
renverser l'histoire".
Il
fatto è che, se da una parte Renaud abbraccia gli ideali della contestazione
del '68, dall'altro ricorda con piacere quel periodo perché l'ha vissuto in
contemporanea all'età, i sedici anni, in cui si contesta comunque tutto. Non c'è
solo il rimpianto per una lotta che Lucien e gli altri compagni combattevano e
che si è esaurita. Alla fine della prima strofa di La bande à Lucien
('77) si chiarisce subito a che cosa si lega questo rimpianto, "Allez viens
on va s' prendre une cuite", ai tempi delle sbronze in compagnia. E' questo
un elemento molto importante, tanto che lo ribadisce alla fine: "Siou-plaît
patron, encore une bière...".
Evidentemente
Renaud ha vissuto il '68 con qualcosa di diverso dentro di sé, rispetto agli
studenti universitari più grandi di lui: la passione e la trasgressione del
sedicenne. Quando poi si accorge che quell'età è passata e ha portato via con
sé molti degli aspetti che la caratterizzavano, si sente tutto ad un tratto
sperduto e impreparato nei confronti della vita.
E' a
questo punto che scopre l'importanza del mondo interiore, come mezzo per
ritrovare la voglia di affrontare la vita e di ricominciare la lotta. Accanto
all'amore che, come si è visto, risulta l'ultimo appiglio di fronte alla
malinconia della vita, scopre un altro sentimento importante: l'amicizia. Chanson
pour Pierrot ('79) è proprio un inno all'amicizia, dove, però, l'amicizia
si rivela molto vicina all'amore paterno. Pierrot, a cui si rivolge direttamente
il mittente, che si intuisce essere lo stesso Renaud ("j' t'apprendrai mes
chansons"), viene chiamato allo stesso tempo "mon gosse", figlio,
e "mon frangin, mon poteau, mon copain", amico. Si tratta di un
personaggio creato dalla sua mente e che in un certo senso raccoglie tutti gli
ideali che si porta dentro. Nel sentirsi creatore e quindi padre si rivolge a
Pierrot come ad un figlio e gli spiega come sarà il loro rapporto.
Sembra
che Renaud senta il bisogno di trovare un amico vero col quale poter condividere
le esperienze della vita e sul quale poter contare in ogni momento. Un'idea di
amicizia che si ritroverà anche in altre canzoni (es. Si t'es mon pote,
'85) e che qui tenta di chiarirsi. Si fa largo il concetto di una amicizia che
sia sintonia di pensiero e complicità. Vista in rapporto a quella dedicata a
Lucien, da questa canzone si potrebbe desumere che Renaud non trovi nella realtà
una persona che possa incarnare il suo Pierrot e che quindi la debba creare con
la sua immaginazione.
Forse
si può trovare qui l'aspetto distintivo tra l'amicizia e l'amore, entrambi
sentimenti profondi del cantautore, per come appaiono nel terzo disco.
L'amicizia sembra essere qualcosa di irrealizzabile e quindi soltanto
immaginabile nella sua completezza; l'amore è invece reale ed è il mezzo per
poter sopravvivere. Nel monologo Peau aime ('79) conferma questa ipotesi
quando dice:
"Parce que moi, j'ai pas d' copains,
Pas d'amis, pas d' parents,
Pas d' relations.
Ma famille c'est la prison.
Mon copain, c'est mon blouson,
C'est mon surin",
anche
se subito dopo spiega che, in effetti, egli ha moltissimi "amici". Si
tratta di tutti i miserabili, gli alcolizzati, i pazzi, i malati; i quali
costruiranno un mondo a loro immagine. E' comunque una amicizia che non si basa
sulla complicità, ma sull'amore verso i più sfortunati. Ritrovatosi a cavallo
tra la città benestante e il mondo delle periferie che ne é escluso, Renaud si
sente estraneo al primo, ma nello stesso tempo la sua origine sociale lo
allontana dalle persone a favore delle quali si schiera. Tenendosi in equilibrio
sulla linea che divide i due mondi si autoesclude dall'uno, ma sente l'altro
diverso da sé. Egli vive la solitudine di un generale posto alla guida di una
armata di derelitti. Come ogni buon generale si preoccupa dei suoi soldati, ma
non può condividere con loro le sue paure ed i suoi dubbi. Il nemico è
naturalmente il sistema, lo Stato.
Renaud
nei primi dischi si mette spesso in primo piano per chiarire le sue posizioni e
una di queste è l'orgoglio di essere parigino. Amoureux de Paname ('75)
è la prima canzone in cui afferma questo amore. Da buon francese sente il
fascino della capitale e si sente fiero di essere nato e vissuto in questa città.
Quasi tutto il primo disco è impregnato dal carattere parigino dell'autore, che
sembra veramente vedere il mondo attraverso il suo appartenere alla capitale.
Non si tratta però solo di una appartenenza culturale, Renaud dichiara di
essere innamorato della sua città. In Écoutez-moi les gavroches ('75),
canzone dedicata ai bambini della capitale, offre una immagine di Parigi poetica
e seducente. Una immagine che aveva fatto intuire già in Amoureux de Paname
('75) quando, accanto alle affermazioni paradossali contro il falso ecologismo,[22]non nasconde il fascino
che si ritrova nelle opere fatte dall'uomo, "La tour Montparnasse elle est
belle\ Et moi j'adore la Tour Eiffel", e nella vita della gente che abita
la città, "Y'a plein d'amour dans les ruelles\ Et de poésie dans les
gratt'ciel".
In Écoutez-moi
les gavroches ('75) ai ragazzini della capitale ricorda che Parigi non è
poi così brutta come la descrivono forse proprio gli ecologisti di cui parlava
prima.[23]
Ancora una volta riporta alla mente l'immagine di Parigi quale città in cui
tutto parla di cultura e di storia, "Le temps n'a pas tout démoli,\ Les
rues sont pleines de chansons", e soprattutto luogo che più di tutti
incarna il ricordo della rivoluzione, mito giovanile di Renaud: "Allez
respirer sur la Butte,\ Tous les parfums de la Commune,\ Souvenir de Paris qui
lutte". A Montmartre si respira ancora forte i profumo della rivoluzione,
la cui eco non si è spenta, e solo questo potrebbe bastare a fare splendida la
città.
Ma come
si è detto Parigi è per Renaud un modo di pensare, di entrare in contatto col
mondo esterno; a cominciare dal 14° arrondissement, che fa oggetto della
canzone Le blues de la porte d'Orléans ('77). Si veda ad esempio la
quantità di nomi che prende dalla toponomastica parigina. A volte essi
definiscono un luogo preciso e arricchiscono di significati il discorso,
soprattutto quando si tratta di
luoghi famosi come Montmartre o quartieri della periferia come Créteil o La
Courneuve. In questi casi si ha spesso la contrapposizione tra luoghi della
periferia e luoghi del centro della città, per sottolineare la distanza tra i
due mondi. Altre volte si ha l'impressione che il nome non abbia altro fine che
quello di definire in modo vago un posto non ben precisato, ma comunque reale,
come accade con la maggior parte dei nomi delle vie o, ancor di più, con i nomi
delle fermate della metropolitana.
Se da
una parte Renaud offre una immagine di sé caratterizzandosi attraverso alcuni
elementi, altri si possono estrapolare, anche se non se li attribuisce egli
stesso. Si è visto che prende la parola in prima persona per affermare
essenzialmente quattro aspetti della sua personalità: l'anarchismo, inteso
soprattutto come contrapposizione al sistema; l'amore per Parigi; il prendere le
parti della gente della periferia; il bisogno di rivolgersi alla sfera affettiva
per far fronte ai dolori della vita. Oltre a questi elementi se ne possono
individuare ancora altri due, che non si attribuisce direttamente. Il primo è
l'ironia. Come si è già accennato l'ironia, che si ritrova anche al livello
musicale con l'utilizzo di mezzi come la java, il valzer, il tango o simili, ha
una duplice funzione: da un lato serve a screditare i discorsi dei suoi
avversari e in questo caso diventa spesso sarcasmo; dall'altro nobilita il mondo
della banlieue mostrandolo in chiave
simpatica e irreale.
Un
ulteriore elemento della produzione renaudiana è quello che riguarda l'aspetto
più propriamente linguistico. Renaud si diverte a giocare con le parole
utilizzandole a volte solamente con la funzione di significante, a volte
contrapponendole col loro significato. Dedica alcune canzoni a questo tipo di
divertimento, fra cui si possono ricordare La menthe à l'eau ('75), Greta
('75), Mélusine ('77), Sans dec' ('79), Le tango de
Massy-Palaiseau ('79). Il filo conduttore di queste canzoni è proprio il
gioco verbale, col quale il gusto per il grottesco, che si trova anche in altre
parti, ha libero sfogo. Si potrebbe quasi dire che è qui che Renaud mostra
veramente il suo spirito anarchico. La menthe à l'eau ('75) è per
esempio tutta costruita sulla ripetizione delle sillabe mu, ma, me, mou, mi o
simili, senza alcuna preoccupazione di costruire un discorso logico, ed il
titolo si trasforma alla fine in "l'amante à l'eau". Il nostro
Leonardo da Vinci, invece, diventa in Le tango de Massy-Palaiseau ('79),
con una perfetta corrispondenza fonetica, "Léonard denvint scie". In Sans
déc' ('79) si ritrovano contrapposizioni significato-significante per cui
un "camion-citerne...\ était pas si terne que ça", e veri e propri
paradossi logici; confessa infatti che tra lui e suo fratello gemello "d'
nous deux\ C'est lui le plus ressamblant". Renaud si diverte a giocare con
le parole e sembra essere questa la sua vera dimensione, almeno per quello che
riguarda la prima fase della sua produzione. In queste canzoni lo si sente
veramente a suo agio.
I primi
dischi della produzione renaudiana si caratterizzano per il desiderio da parte
del loro autore di presentarsi al pubblico e di apparire in una certa maniera.
Dice di sé che è un anarchico, un oppositore al sistema, schierato dalla parte
dei poveracci e dei derelitti, che sono costretti a vivere fuori dalla società.
Ma si mostra anche capace di provare sentimenti delicati, verso la sua città,
verso gli amici e verso la sua donna. La sfera sentimentale offre uno stimolo
fondamentale per affrontare la vita.
[1]Da questo momento il riferimento ai dischi verrà fatto attraverso la data di pubblicazione, se non è necessario indicarne il titolo. Il testo integrale delle canzoni citate si può consultare in appendice.
[2]In Ma chanson leur a pas plu ('91).
[3]"J'ai vu occuper ma ville\ Par des cons en uniforme\ ...\ J'ai vu pousser des barricades\ ...\ J'ai vu ce que tu faisais\ Du peuple qui vit pour toi\ J'ai connu l'absurdité\ De ta morale et des tes lois", in Société tu m'auras pas ('75).
[4]"La France est un pays de flics\ À tous les coins de rue y'en a 100\ Pour faire regner l'ordre public\ Ils assassinent impunément", in Exagone ('75).
[5]Si scaglia contro gli "Écologistes du sam'di soir", gli "Écologistes des boul'vards", gli "Écologistes des grands soirs".
[6]"Si le roi des cons perdait son trône,\ Y aurait 50 millions de prétendents".
[7]In dodici strofe, corrispondenti ai mesi dell'anno, da "janvier" a "décembre", mostra una qualità negativa che caratterizza un avvenimento in quel determinato mese.
[8]"Le p'tit chèque en fin de moi\ ...\ Tu rules en Ferrari\ Ou en Lamborghini\ Tu rules les épaules\ Tu te crois super-drôle".
[9]"Demain, prend garde à ta peau,\ À ton fric, à ton boulot\ Car la vérité vaincra...", in Société tu m'auras pas ('75)
[10]Gli amici di lei: "Tu m'a présenté tes copains\ Presque aussi cons qu' des militaires\ C'étaient des vrais républicains\ Buveurs de bière". Gli amici di lui: "Faut pas en vouloir aux mariolles\ Y z'ont pas eu d'éducation.\ À la Courneuve, y'a pas d'écoles\ Y'a qu' des prisons et du béton\ D'ailleurs y z'ont pas tout cassé\ Y z'ont chouravé qu' l'argenterie".
[11]"Moi j'aime bien chanter la racaille\ La mauvaise herbe des bas-quartiers\ Les mauvais garçons, la canaille\ Ceux qui sont nés sur le pavé", in La java sans joie ('75).
[12]"Il avait pas eu d' père\ Pas eu d' mère\ Ni d'anniversaire", in Le gringalet ('75)
[13]Dice egli stesso: "je savais que ma mère aurait été morte de chagrin si j'avais été en prison".
[14]E' la situazione che si ritrova in C'est mon dernier bal ('79), dove i ragazzi della periferia pretendono di far valere in una discoteca, un luogo di incontro di persone differenti, le loro regole di bulletti.
[15]"Les zonards qui sont là vont s' faire lyncer sûr'ment\ S'ils continuent à dire que les flics assassinent\ Qu'on est un être humain même si on est truand\ Et que ma mise à mort n'a rien de légitime".
[16]"C'est une histoire féroce\ Qui f'ra pleurer les frangins\ Qui fera chialer les gosses\ ...\ C'est l'histoire triste e sordide".
[17]"Les flics ces petits fuineurs", in La java sans joie ('75)
[18]La Java sans joie ('75). In Le gringalet ('75) ribadisce: "Cette chanson se termine,\ Ça m' déprime,\ C'est pas humain,\ Moi j'aime pas les chansons\ Où les héros\ Y meurent à la fin".
[19]Le gringalet ('75).
[20]"J'ai mon p'tit cœur qui est tout bleu\ Dans ma tête j' crois bien qu'il pleut\ ...\ J' m'intéresse plus à grand-chose\ ...\ J' bois la vie à toute petite dose\ J' vois plus la couleur des roses.\ Dans ma guitare, y'a plus rien\ ...\ Dans ma peau y'a du chagrin.\ à l'école de l'angoisse\ J' s'rai toujours l' premier d' la classe\ ...\ La vie c't'une tonne de cafards". Quesi versi sono tratti solamente dalla prima metà della canzone.
[21]"J' voudrais vivre rien qu'en vacances,\ Qu' ce soit tous les jours Bizance,\ Qu' ce soit tous les jours l'enfance,\ Dans un monde que d'innocence", in J'ai la vie qui m' pique les yeux ('79).
[22]"Moi j'suis amoureux de Paname,\ Du béton et du macadam,\ Sous les pavés ouais c'est la plage,\ Et le bitume c'est mon paysage\ ...\ Moi j'aime encore les pissotières,\ J'aime encore l'odeur des poubelles,\ J' me parfume pas à l'oxigène,\ Le gaz carbonique c'est mon hygiène".
[23]I suoi destinatari sono i ragazzi "qui vivent sur le bitume,\ Qui n'ont jamais vu le gazon,\ Qui ne connaissent que la brume,\ Qui n'ont qu'un ciel gris pour plafon".